Vegani Copioni?

Quante volte mi sono sentito fare l’obbiezione:” Ma perché, provare a copiare un wurstel, uno spezzatino, una frittata, una sfogliatella, cercando di imitarli al massimo in chiave vegan?

Anzi, qualche volta la critica, da gastronomica diventa quasi etica, come se fosse un dovere morale staccarsi anche dall’immagine di alimenti tradizionali ma violenti. E per finire c’è qualcuno che, approdato al veganismo, non sopporta più la vista e l’odore di carne e derivati, che prima magari gustava senza problemi, e su questo ovviamente, niente da dire.

Si potrebbe dire che rispetto al fatto di cucinare senza animali, le altre questioni siano di poca rilevanza e riguardino essenzialmente atteggiamenti e gusti personali, ma vale la pena fare qualche considerazione in più.

Immagine di wurstel vegetali realizzati da Roberto Politi

Wurstel vegetali realizzati da Roberto Politi

 

Innanzitutto si tende purtroppo a confrontare una generica cucina onnivora, più o meno tradizionale, con un altrettanto generica cucina vegan.
Se pensiamo a cosa venga mangiato nel mondo e in quanti modi diversi si prepara il cibo, magari usando ingredienti analoghi, possiamo capire quanto il tema sia complesso e interessante. Un piatto a base di patate o carne o fagioli può essere preparato in mille modi diversi per motivi culturali, religiosi, ambientali.

Inoltre una ricetta può essere caratterizzata da vari elementi, che possono essere certi ingredienti, oppure la struttura o la procedura di preparazione. L’essenza della “lasagna”, ad esempio, è nell’alternanza di sfoglie e condimento, come nel dolce è per il millefoglie, che prevede sfoglie croccanti e creme morbide. Ebbene esistono migliaia di ricette di lasagne o millefoglie, onnivore o no, con uso di ingredienti ogni volta diversi, ma con la stessa denominazione “lasagne” o “millefoglie“, perché l’idea forte sta appunto nella loro struttura e quando sono nate semplicemente non c’era ragione di pensarle senza carne, uova o latticini.

La forma del cibo è importante.

Un “affettato” è così perché possiamo facilmente usarlo per farcire un panino. Certo è normalmente preparato con ingredienti animali ma persino la cucina tradizionale ci fa scoprire il ”Salame di grano”( vi ricorda qualcosa?), preparato da alcuni contadini italiani nell’800 o quello di fichi, che troviamo ancora nel centro Italia.
Salami, appunto, cioè “alimento salato”, da affettare, ovviamente. Così se un giorno viene voglia di prepararci un panino con un affettato vegetale o una lasagna al ragù di lenticchie o seitan o un millefoglie vegetale che assomigli e sia anche più buono di quello “classico”, non sentiamoci copioni, ma anzi curiosi sperimentatori, proprio come quando invece proviamo a inventare piatti del tutto nuovi.

In realtà la cucina dovrebbe essere un luogo di libertà e cultura aperta ma soprattutto un luogo libero da violenza. In questo senso non bisogna pensare a una cucina tradizionale onnivora e “normale”, e a una vegan, di nicchia, per quanto in ascesa, e “anomala”.

La cucina vegan semplicemente non esiste, perché non si tratta di pratiche gastronomiche più o meno tipiche, ma di rispetto di tutti gli altri. Esistono invece persone che amano cucinare ognuno in modo diverso e che si mettono ai fornelli pensando che nessuno a causa di ciò debba soffrire e questo sì dovrebbe essere “normale”, per tutti.

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